23.12. Record. Non è ancora mezzanotte e abbiamo già la macchina parcheggiata. Non è ancora mezzanotte e siamo già un bel po’ lontano dal Dorgo. Si si, record. Non faccio in tempo a chiudere la macchina e il buon Razzu mi sfida con lattina di Bavaria, in offerta all’Esselunga, alla mano. Shotgunniamo. È un 4 a 0 per lui, come i secondi che ci mette per berla. Me l’aspettavo. Mi sono anche lavato i pantaloni. Che sfiga. Ci incamminiamo verso l’Assab One con il fido limoncello dei Due Golfi e tre Splugen dell’autogrill. È presto, ma la gente in fila è già tantina. Per fortuna a metà sbatti ci aspettano Mela, Carlos, Clara e la Sviki e con nonchalancetantocistavanotenendoilpostoal100% sfruttiamo un pertugio formatosi in quel fortunoso istante. Bella lì, il tempo di una paglia e siamo dentro.
Il posto è una figata. È un vecchio edificio industriale da cui sono state ricavate 2 grosse sale per l’occasione condite con laser, led colorati, cessi chimici. È pieno di finestre sporche con vetri rotti, c’è un cortile coperto con tettoia, una datata macchina da stampa che non avrebbe sfigurato in una rivisitazione 80s di Tempi Moderni campeggia nella sala principale. Insomma la location non se la mena. Siamo presi bene – Nonno, dov’è il limoncio?! L’atmosfera che si respira è quella giusta, sciallata e meno milanese del solito. High five per gli organizzatori. La gente comincia ad essere tantina ma la musica è ancora un po’ sottotono, aspetteremo. Sigaretta, cazzate. Un'altra sigaretta. I Due golfi sono finiti. È l’1.00. Mi dicono che ci sono Piga e Bole fuori, in fila per entrare. La fila è esagerata, “da qui 120 minuti” stile Gardaland. Fanculo. Entrate con noi dall’uscita (che poi è anche l’entrata omaggi). Non ci crede nessuno, ma il Moccia sputacchia qualcosa alle due tipe addette alla lista-omaggi e, vuoi per l’occhio spento, vuoi per il congiuntivo inaspettato-ma-giusto, fa la mossa. Bella lì (e 2). Entriamo, Jägermeister e sbagliati. Al bancone incontriamo Carlos e la cricca della 500 che avevamo perso di vista, siamo sbronzi e facciamo balotta come si deve. La musica pian piano è sempre più sfacciata: i bassi ti scroccano una sigaretta e i watt delle casse ti fanno l’accendino. Non mi esalta ma ci sta. Andiamo a pisciare. Esco dall'Assab One con Piga e il Moccia per cercare un muro in posizione discreta ma non troppo. Eccolo, facciamo quello che dobbiamo fare ed è qui che si consuma il classico e immancabile rituale de l'urinata alcolica: incontriamo il Personaggio. Uno stravagante signore sulla cinquantina che esordisce avvisandoci della presenza della "madama". Una volta passato il pericolo ci offre con fare gentile le sue tenaglie personali (quelle dei ladri di biciclette) per tagliare una catena di cui a noi non fregava un cazzo. Boh. Per finire ci intorta con una profonda riflessione sull'amicizia che può essere riassunta in malo modo con la massima " gli amici veri oggi sono rari. Avevo quest'amico, ci hanno arrestati insieme...da quando si è sposato è sparito, neanche una telefonata". Cazzo, sono quasi le 2.00, ci affrettiamo a rientrare, sta per iniziare Tilt. Una volta dentro - bordello, la musica adesso ti prende a schiaffi e la vecchia fabbrica è piena di gente. Strano ma vero, ci riusciamo a muovere con agilità - mistero. Io e il Nonno, con Piga e Bole al seguito, decidiamo di piazzarci sotto il palco in zona calda. Arrivano le chicche: Kill all the white man, Invaders must die e l'ormai classica del set tiltiano The Brews sono quelle che mi ricordo. Le transenne che ci dividono dal palco oscillano disgraziatamente come il nonnino in fase di frenata in metropolitana a cui nessuno ha ceduto il posto. I buttafuori iniziano a rompere il cazzo. Nessuno gli da retta, altro classico di Tilt, tocca al kan kan - Razzu! Dove cazzo eri finito?! Sarà un'ora che non ti vediamo - Delirio. La gente balla scatenata. I vetri rotti e sporchi tremano. Tutto molto figo (a parte i buttafuori). Finisce il set di Tilt, promosso anche a sto giro. Sono le 3.37. Decidiamo di tornare a casa, non prima di una rustichella mal-riscaldata (molto male) e dell'ultima, ennesima sigaretta. Siamo stanchi e sfatti. Razzu è in macchina, chissà in quale universo parallelo, perso nel sonno più profondo, più nero del batacchio di un manzo nero in una notte senza luna nella prateria. So che sarà una faticaccia svegliarlo e farlo scendere.
Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.
Il posto è una figata. È un vecchio edificio industriale da cui sono state ricavate 2 grosse sale per l’occasione condite con laser, led colorati, cessi chimici. È pieno di finestre sporche con vetri rotti, c’è un cortile coperto con tettoia, una datata macchina da stampa che non avrebbe sfigurato in una rivisitazione 80s di Tempi Moderni campeggia nella sala principale. Insomma la location non se la mena. Siamo presi bene – Nonno, dov’è il limoncio?! L’atmosfera che si respira è quella giusta, sciallata e meno milanese del solito. High five per gli organizzatori. La gente comincia ad essere tantina ma la musica è ancora un po’ sottotono, aspetteremo. Sigaretta, cazzate. Un'altra sigaretta. I Due golfi sono finiti. È l’1.00. Mi dicono che ci sono Piga e Bole fuori, in fila per entrare. La fila è esagerata, “da qui 120 minuti” stile Gardaland. Fanculo. Entrate con noi dall’uscita (che poi è anche l’entrata omaggi). Non ci crede nessuno, ma il Moccia sputacchia qualcosa alle due tipe addette alla lista-omaggi e, vuoi per l’occhio spento, vuoi per il congiuntivo inaspettato-ma-giusto, fa la mossa. Bella lì (e 2). Entriamo, Jägermeister e sbagliati. Al bancone incontriamo Carlos e la cricca della 500 che avevamo perso di vista, siamo sbronzi e facciamo balotta come si deve. La musica pian piano è sempre più sfacciata: i bassi ti scroccano una sigaretta e i watt delle casse ti fanno l’accendino. Non mi esalta ma ci sta. Andiamo a pisciare. Esco dall'Assab One con Piga e il Moccia per cercare un muro in posizione discreta ma non troppo. Eccolo, facciamo quello che dobbiamo fare ed è qui che si consuma il classico e immancabile rituale de l'urinata alcolica: incontriamo il Personaggio. Uno stravagante signore sulla cinquantina che esordisce avvisandoci della presenza della "madama". Una volta passato il pericolo ci offre con fare gentile le sue tenaglie personali (quelle dei ladri di biciclette) per tagliare una catena di cui a noi non fregava un cazzo. Boh. Per finire ci intorta con una profonda riflessione sull'amicizia che può essere riassunta in malo modo con la massima " gli amici veri oggi sono rari. Avevo quest'amico, ci hanno arrestati insieme...da quando si è sposato è sparito, neanche una telefonata". Cazzo, sono quasi le 2.00, ci affrettiamo a rientrare, sta per iniziare Tilt. Una volta dentro - bordello, la musica adesso ti prende a schiaffi e la vecchia fabbrica è piena di gente. Strano ma vero, ci riusciamo a muovere con agilità - mistero. Io e il Nonno, con Piga e Bole al seguito, decidiamo di piazzarci sotto il palco in zona calda. Arrivano le chicche: Kill all the white man, Invaders must die e l'ormai classica del set tiltiano The Brews sono quelle che mi ricordo. Le transenne che ci dividono dal palco oscillano disgraziatamente come il nonnino in fase di frenata in metropolitana a cui nessuno ha ceduto il posto. I buttafuori iniziano a rompere il cazzo. Nessuno gli da retta, altro classico di Tilt, tocca al kan kan - Razzu! Dove cazzo eri finito?! Sarà un'ora che non ti vediamo - Delirio. La gente balla scatenata. I vetri rotti e sporchi tremano. Tutto molto figo (a parte i buttafuori). Finisce il set di Tilt, promosso anche a sto giro. Sono le 3.37. Decidiamo di tornare a casa, non prima di una rustichella mal-riscaldata (molto male) e dell'ultima, ennesima sigaretta. Siamo stanchi e sfatti. Razzu è in macchina, chissà in quale universo parallelo, perso nel sonno più profondo, più nero del batacchio di un manzo nero in una notte senza luna nella prateria. So che sarà una faticaccia svegliarlo e farlo scendere.
Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.

Nessun commento:
Posta un commento